1. Maria Colomba, non hai sempre saputo che avresti lavorato come biologa nutrizionista. La tua traiettoria iniziale puntava alla ricerca scientifica in ambito sanitario, poi qualcosa ha deviato la rotta. Cosa ti ha fatto cambiare idea? Ricordi il momento preciso in cui hai deciso di rivoluzionare il tuo percorso di studi e, conseguentemente, il tuo futuro professionale?
Sì, ricordo esattamente il momento in cui ho capito che la mia strada sarebbe cambiata. All’inizio ero proiettata alla ricerca scientifica in ambito sanitario, un mondo che mi affascinava e che, tuttora, mi affascina profondamente. Ma, a un certo punto, è successo qualcosa di molto personale: ho iniziato a guardare la mia storia con occhi diversi. Da ragazza ho vissuto in prima persona le difficoltà legate al peso, le insicurezze, il senso di frustrazione e, spesso, anche la sensazione di non essere compresa. Proprio lì, ho avuto una consapevolezza forte: dietro al numero sulla bilancia c’è una persona con emozioni, vissuti e bisogni che vanno ascoltati davvero. È stato in quel momento che ho capito che volevo fare la differenza in modo concreto. Non solo studiare tutto quello che dovevo in teoria, ma accompagnare le persone in un percorso reale e umano. Da lì, ho deciso di rivoluzionare il mio percorso, orientando i miei studi verso la nutrizione, con l’obiettivo di aiutare, chi, come me, si è sentito almeno una volta in difficoltà nel proprio rapporto con il corpo e con il cibo. Oggi, il mio lavoro nasce proprio da questa consapevolezza: unire la scienza all’empatia, per costruire percorsi nutrizionali sostenibili e rispettosi della persona, nella sua unicità.
2. Presentandoti come una nutrizionista che aiuta a costruire un rapporto sereno con il cibo, su Instagram hai costruito una community di oltre 20mila persone attorno a tre parole: ascolto, consapevolezza, equilibrio. Cosa si nasconde dietro a questi termini e perché in un primo momento hai scelto i social per diffondere il tuo approccio?
Ascolto, consapevolezza ed equilibrio non sono solo tre parole: sono il motore di tutto ciò che faccio ogni giorno come Biologa nutrizionista. L’ascolto è il punto di partenza, perché ogni persona ha una storia unica e merita di essere accolta… senza giudizio! La consapevolezza è il percorso, quel processo che aiuta a comprendere davvero i propri bisogni, i segnali del corpo e il proprio rapporto con il cibo. L’equilibrio, infine, è l’obiettivo: non una perfezione rigida, ma una dimensione sostenibile, fatta di flessibilità e benessere reale. Il mio lavoro su Instagram è nato in modo del tutto spontaneo, quasi per caso. All’inizio, condividevo semplicemente foto delle mie colazioni, senza grandi aspettative. Ma proprio quella semplicità ha iniziato a incuriosire le persone: ricevevo domande, messaggi, richieste di confronto. Da lì ho capito che poteva diventare uno spazio di condivisione più profondo. Ho scelto i social, e in particolare Instagram, perché permettono di arrivare a tante persone in modo diretto e autentico, portando un messaggio diverso: non fatto di regole rigide o diete restrittive, ma di educazione alimentare, rispetto e connessione con se stessi.
3. Dopo i social, hai optato per la carta: un libro che nasce dalla tua storia, ma parla a chiunque abbia vissuto un rapporto difficile con il cibo e il proprio corpo. Com’è stato il processo di scrittura? Cosa ha significato per te misurarsi con un mezzo così diverso, decisamente più intimo, lento e solitario rispetto alla comunicazione digitale?
Scrivere questo libro è stato, prima di tutto, un atto di grande sincerità verso me stessa. È stato come mettersi a nudo, lasciare andare filtri e protezioni per dare spazio a una parte più autentica e profonda di me. In realtà, anche questo progetto non era previsto. Non è nato con l’idea di “scrivere un libro”, ma come qualcosa di molto più intimo: una raccolta di pensieri, riflessioni e appunti che custodivo nel mio computer e che prendevano forma nei momenti in cui sentivo il bisogno di fermarmi e dare un senso a ciò che vivevo, personalmente e professionalmente. Col tempo, mi sono resa conto che quelle parole avevano un filo conduttore, che raccontavano non solo la mia storia, ma anche quella di tante persone che ho incontrato nel mio percorso lavorativo. È stato lì che ho capito che poteva diventare qualcosa di più grande, qualcosa di prezioso da condividere. Misurarmi con la scrittura è stato molto diverso rispetto alla comunicazione sui social: più lento, più silenzioso, a tratti anche più difficile, visto che non è il mio mestiere. Ma proprio in questa lentezza e in questa “inesperienza/autenticità”, ho trovato uno spazio nuovo, più profondo, in cui poter riflettere davvero e restituire un messaggio ancora più autentico e consapevole.