1) Gaia, nella tua biografia si legge che sei un’infermiera. Considerando il carico emotivo della tua professione, come si inserisce la lettura nella quotidianità e perché proprio il genere giallo, con le sue indagini e i suoi enigmi, riesce a stimolare così profondamente la tua curiosità?

Da sempre la lettura nella mia vita è stata sia una gioia che un meccanismo di sopravvivenza. Quando ero più piccola era il rifugio nei momenti più difficili e l’ispirazione per i sogni e gli obiettivi da raggiungere. Dire che leggere è come respirare, mangiare o camminare sarebbe riduttivo ma posso sicuramente affermare che ogni nuovo romanzo per me si traduce in un’immersione talmente profonda nella storia, da dimenticare tutto il resto del mondo. Purtroppo la vita quotidiana e la scelta di una professione così totalizzante, mentalmente e fisicamente, rendono più difficile dedicarsi alla lettura e alla scrittura, ma i generi che preferisco (i fantasy e i gialli) riescono in ogni caso a tenermi sveglia fino a tarda sera con la voglia irrefrenabile di continuare a voltare pagina.

2) Dici che il tuo mestiere ti ha insegnato a “leggere le sfumature emotive dietro ogni storia”. In che modo questa capacità di osservazione clinica e umana ha influenzato la creazione di Lidia Celli? La sua tendenza a non farsi ingannare dalle apparenze nasce un po’ dalla tua esperienza quotidiana nel decifrare ciò che le persone, nei momenti di difficoltà, faticano a comunicare?

Mi capita spesso di affermare che l’infermieristica e più in generale la medicina e le altre scienze sanitarie siano un po’ come investigare su un crimine il cui colpevole è la patologia. Come i thriller e la criminologia, anche il processo di raccolta dati e la formulazione di diagnosi dell’ambito sanitario si basa su prove, indizi e un’attenzione particolare a ciò che la persona ti rivela direttamente e indirettamente, per risolvere il caso e trovare una cura. Allo stesso modo il personaggio di Lidia, una donna ordinaria ma ingegnosa, è il modo perfetto per far immedesimare il lettore in una protagonista più raggiungibile e vicina alla normalità e di concentrare la sua attenzione sugli stessi indizi, fisici e psicologici, per cercare di risolvere insieme il caso.

3) La stesura di un romanzo giallo esige un’idea forte, ma anche molta concentrazione per sviluppare un’architettura narrativa solida, tempo e costanza per farla diventare un romanzo. Com’è nato il tuo percorso creativo e in che modo sei riuscita a conciliare la visione d’insieme con la minuziosa costruzione della trama?

Il mio percorso creativo è sempre un po’ confuso e intricato, soprattutto all’inizio. Ho una lavagna che, proprio come quelle dei detective con fili rossi, pin e immagini, si riempie di appunti, disegni e schemi per dare vita alla trama che ho in mente. A questa si accompagna il mio “magiquaderno”, un meraviglioso blocco per gli appunti in paillettes verde, blu e violetto, che di dark, psicologico e criminale ha ben poco, ma che si rivela sempre utilissimo per appuntare nomi, linee temporali e collegamenti, evitando così di incappare in buchi di trama. Al primo caos poi si sostituisce una sistematicità e un’accuratezza che provengono dalla mia esperienza come infermiera: organizzo il tutto dal macro al micro, cercando di far combaciare, in maniera quasi ossessiva, ogni minimo dettaglio. Mantengo sempre una visione d’insieme, ma allo stesso tempo, lavoro con grande attenzione sugli indizi, sia fisici che psicologici, affinché ogni elemento abbia un senso preciso all’interno della trama. Quando lo scheletro, o la matrice come mi piace chiamarla, è completo la scrittura viene da sé. In questa fase non c’è nulla di rigido o predeterminato ma solo un’immersione completa nel personaggio e nella storia, come se la vivessi io stessa in prima persona. È proprio questo equilibrio tra una progettazione rigorosa e una scrittura più libera che mi permette di conciliare la visione d’insieme con la cura minuziosa della trama.